News - Editoriali

Milano, 2 aprile 2019 - 16:00

End of Waste ed economia circolare: la nuova Avalon italiana sospesa tra abissi e nebbie

Rifiuti (Attualità)

(Paola Ficco)

Presentiamo l'editoriale di Paola Ficco pubblicato sul numero 270 di aprile 2019 della Rivista Rifiuti — Bollettino di informazione normativa"

 

A distanza di oltre 20 anni dal "Decreto Ronchi" l’unico punto fermo intorno al quale ruota tutto il sistema autorizzatorio per il recupero dei rifiuti è il Dm 5 febbraio 1998; uno dei primissimi decreti attuativi di quell’antico Dlgs 22/1997 che segnò i primi passi della circolarità della materia e, quindi, dell’economia. Ma sempre passando attraverso le forche caudine della definizione di rifiuto.

Una definizione strettissima e ormai talmente antica che, non riconoscerla come obsoleta, denuncia più di un problema con la cognizione della sintassi di sistema. Una definizione che, risale, infatti, alla direttiva 75/442/Cee e che, quindi, ha ormai ben 44 anni!

Troppi per essere considerata ancora attuale stante il passaggio epocale che l’economia ha segnato trasformandosi da lineare in circolare. Un passaggio dovuto a molti fattori; primi fra tutti, aumento della popolazione e dei consumi e conseguente scarsità di risorse.

Il desiderio di trasformare l’economia usando gli stessi strumenti del sistema che si vuole sostituire equivale a non approdare a nulla o, comunque, a piccole cose: una montagna che partorisce un topolino. Per una volta, il problema definitorio non è italiano ma europeo. Tuttavia, l’Italia con i suoi problemi sull’End of Waste e la quasi paralisi totale del sistema, ci mette decisamente del suo.

In un abbacinante scintillio di ecosoloni e autorità competenti, le uniche cose che si possono autorizzare, anche in procedura ordinaria, sono quelle presenti nel Dm 5 febbraio 1998. L’effetto tranquillizzante della Gazzetta ufficiale assolve controllati e controllori dove i secondi rinunciano all’esercizio di quel potere discrezionale consegnato loro dalla Costituzione senza interrogarsi, ma solo arrendendosi.

Come biasimarli? Del resto, il Paese non è così maturo da proteggere le scelte dei suoi figli migliori, è solo vittima di una cognizione isterica e fragile, alimentata dal fuoco malevolo di chi, per malcelato protagonismo, brandisce come armi le parole della nuova inquisizione: inquinamento, disastro, traffico.

Parole suggestive e facilmente deformabili che lusingano l’ego e alimentano il sospetto. La complessità e la contraddizione che ci sono restituite da questa epoca, invece, chiedono con urgenza rigore intellettuale. Una categoria astratta.

La gestione dei rifiuti in Italia è vissuta con soggettività ingannevole e questo fa sì che esistano versioni deformate in base alla percezione di chi le possiede.

È davvero difficile recuperare un senso generale perché la struttura narrativa è anarchica e atipica; con la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 sull’End of Waste, la linea di comprensione è saltata completamente, generando scene che sono tessere di un mosaico che nessuno riesce a ricomporre in un flusso di coscienza fatto di razionale irrazionalità.

Il riciclo è l’obiettivo di una società moderna, consapevole dei propri limiti che, però, conosce la tecnologia e quel che ne deriva. E accetta di cambiare e di crescere.

Invece, in Italia, il riciclo si è ridotto a un concetto che si anima di sensazioni, colori e stati d’animo mentre si smarrisce il confine tra verità e sogno.

In questa terra di Avalon, sospesa tra abissi e nebbie, c’è posto anche per piccoli interrogativi filosofici, mentre nella mancanza di riferimenti l’industria italiana del riciclo vive di archetipi.

La gestione dei rifiuti è, infatti, una narrazione collettiva dove, però, chiunque vi rintraccia parte di sé. Un po’ come le storie d’amore, sembrano sempre uniche ma, con piccole variazioni, rispondono sempre allo stesso copione.

Il fascino straniante di quest’atmosfera surreale ha raggiunto il suo obiettivo: alimentare la periferia immacolata del "non si può fare". Una realtà dolente e, per alcuni versi, oltraggiosa della capacità di impresa che non solo si deve muovere nelle secche della pubblica amministrazione ma che neanche riesce a trovare sufficienti laureati per le sue esigenze.

Uno studio Anpal e Unioncamere si è occupato del disallineamento tra le scelte di studio dei giovani e le esigenze del mercato del lavoro. Si chiama "skill mismatch" e l’Italia occupa il terzo posto su scala mondiale. Niente accade per caso.

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